30
Jan
Paolo Poli. Ovvero come è profondo il mare!
Sono anni che sento parlare di questo strabiliante artista (Paolo Poli,
appunto), così appena ho saputo che si esibiva all’Elfo Puccini ho subito
prenotato un posto. Non in prima fila, ma in seconda – m’è andata molto
bene, direi.
Non ero sicura rispetto a quello che avrei visto, e non lo sono stata nemmeno
a spettacolo finito. Nel senso che il teatro di Poli ti lascia così, un po’
perplessa, con la strana sensazione di aver partecipato a qualcosa che si
trova sul confine del trash senza varcarlo, ma insomma proprio lì lì, sull’orlo
del baratro.
La maestria c’è e si vede. Poli, a quasi 83 anni, è un leone dalla memoria
di ferro e dall’ironia istrionica. Sebbene “en travestì”, non ricorda mai il
bagaglino, ma a voler puntare in alto ci si potrebbe vedere una citazione del
teatro shakesperiano, quando i ruoli da donna erano ricoperti da ragazzi
imberbi.
O, volendo raddrizzare la mira, si potrebbe dire che ricorda l’avanspettacolo
del secolo scorso, con quelle musiche anni ‘40 a fare da colonna sonora
e quel linguaggio forbito e ricercato che rievoca i tempi in cui in Italia non
ci si esprimeva con i vari “cioè, bella zio, maddeché ahò”, ma si usava
l’abecedario, si faceva di conto e, quando si raccontavano storielle osé, si era
in vena di lepidezze. Fin qui, nulla da dire.
Il fastidio vien dopo e lo individuo nella mescolanza di alti contenuti e bassa
forma, in quel mischiare (un po’ blasfemo) l’alta letteratura di Anna Maria
Ortese e del suo “il mare non bagna Napoli” con siparietti straripanti di
paillettes e parrucche degni de La cage aux folles. Gli attori sono bravi, non
c’è che dire, ma restano pur sempre caricature, nelle loro vesti da donna,
nella loro recitazione molto di maniera e nelle loro coreografie un tantino
goffe. Tutto il plauso va senz’altro a Poli, capace nei suoi monologhi di
unire il serio ed il faceto (a parte la fastidiosa consuetudine di concludere
le battute finali di ogni intervento praticamente già in quinta), di proporre
come bis poesiole sconce che fanno arrossire e sorridere, di prendersi gioco,
grazie alla sua grande ironia, della sua omosessualità mostrando al pubblico
il proprio “seno” sotto la scollatura di un fasciante vestito rosso. Tornerei
a vedere un suo spettacolo? Probabilmente no. Lo consiglierei agli altri?
Probabilmente sì. Perché Paolo Poli va visto almeno una volta nella vita.
Freak