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Dec
Metti una sera a teatro. CALIGOLA di CAMUS Corrado D’Elia al Franco Parenti.
In una fredda, freddissima sera di dicembre, può essere piacevole scaldarsi in un teatro nuovo di zecca, architettonicamente postindustriale e dall’ottima programmazione come il Franco Parenti (via Pier Lombardo, 14 – zona Porta Romana). Esattamente quello che ho fatto con un po’ di amiche. Ad attenderci all’interno, Corrado D’Elia interprete del “Caligola” di Camus.
La scena si presenta da subito molto interessante: essenziale, a-storica, geometrica, con solo tre colori dominanti, il bianco (evidente simbolo del bene) e il nero (immagino sia il male). Il rosso (il sangue, che scorrerà a fiumi nella tragedia) lo ritroviamo nella vasca al centro del palco, sotto forma di palline che inghiottono di volta in volta i personaggi, li lambiscono, consentono loro di giocare ma anche di colpirsi.
Il sipario resta sempre aperto, le luci fanno da padrone e decretano le uscite, le entrate, i cambi, i colpi di scena. Unico appunto: la staticità dei puntamenti fa sì che le zone illuminate siano sempre le stesse e che per la maggior parte della rappresentazione gli attori siano in ombra, a meno che non stazionino nella vasca centrale (quella delle palline rosse). Molto fastidioso.
La storia non è delle più leggere, ma trattandosi di Camus ero preparata. Ad una prima riflessione, potrebbe sembrare un’opera sulla follia di un imperatore, che impazzisce dopo la morte della sorella amata (fin troppo, persino incestuosamente) Drusilla e per il quale nulla ha più valore, dopo aver perso colei alla quale teneva di più al mondo.
Visione un po’ troppo semplicistica, però. Caligola è anche questo, ma è soprattutto la riflessione di uno scrittore come Camus, appena uscito dalla seconda guerra mondiale, sul potere e sugli effetti che questo può avere sugli uomini.
E si tratta, ovviamente, di un tema più attuale che mai. Anzi, forse più calzante adesso che nel dopoguerra, quando l’opera ha visto la luce, perché ora il potere non ha un volto in cui si possa riconoscere, è acefalo e proprio per questo più insidioso. E’ l’eterna lotta dell’uomo contro i propri istinti sotterranei, che lo spingono alle azioni più nefande pur di giungere ad un potere estremo. Limitante vederci la proiezione di Hitler – e ad un certo punto della rappresentazione il Caligola di D’Elia propone ai senatori il saluto romano, nonché le mani poste sui fianchi, di germanica memoria, a mio parere fuori luogo.
L’esercizio arbitrario del potere dell’imperatore è la vera anarchia; in una scena, il regista rende molto bene questa arbitrarietà. Si tratta del momento in cui Caligola decide di usare violenza sulla moglie di un suo senatore, Muzio, alla presenza di quest’ultimo. E’ impossibile non avvertire il fastidio di un gesto tanto disumano, specie perché reiterato; sì, Caligola lo fa una seconda volta, subito dopo la prima. E, come Arancia Meccanica insegna, le scene smaccatamente fastidiose sono anche quelle più efficaci, che lasciano il segno nello spettatore.
Fin qui, le trovate positive del regista. Però – sì, perché c’è sempre un però – vi sono state anche diverse pecche, sia formali che di contenuto.
Innanzitutto, per quanto apprezzabile l’uso di musiche classiche molto belle e suggestive, spesso il volume era troppo alto e impediva di sentire le battute degli attori, che non avevano microfoni individuali ma solo quelli da palco.
Poi, proprio per quanto riguarda la recitazione, quella di D’Elia e compagni è un po’ troppo di maniera, estremamente esteriore e ben poco sentita; Caligola aveva solo due registri: o il sussurro o l’urlo, modalità che dopo un po’ annoia lo spettatore, quando non lo infastidisce (come accade a me).
Ancora un paio di considerazioni e poi smetto, promesso!
Cesonia: è l’amante di Caligola. Ho trovato interessante che chiunque morisse sul palco, se toccato da lei, in qualche modo riuscisse ad alzarsi e ad uscire di scena. Escamotage perché in qualche modo gli attori dovevano pur tornare dietro le quinte, d’accordo, ma mi è sembrato che la figura femminile potesse in qualche modo rappresentare un aspetto di Caligola che lui non aveva più: l’umanità. Del resto, è colei che viene uccisa quando l’imperatore si accorge che lo ama… e non c’è spazio per i sentimenti in un uomo che sta ripudiando tutto quanto c’è di umano in lui.
Cherea: è uno dei senatori, per tutti i commentatori dell’opera di Camus l’alter ego di Caligola, la sua parte razionale, il suo opposto. In un’opera che nella scrittura originale prevedeva uno specchio per l’imperatore, assente in questa messa in scena, si può dire che Cherea rappresenti proprio lo specchio di cui altrimenti Caligola è privo. Cosa evidente in una delle scene finali, quando entrambi i protagonisti si pongono uno davanti all’altro, a torso nudo, specularmente appunto, denudandosi anche l’anima.
Unico neo in questo personaggio nella versione di D’Elia: il momento in cui Cherea nell’opera originale deve fare un discorso ai senatori è stato reso con una serie di “spot” pubblicitari, dal tono scherzoso, assolutamente fuori luogo, e che fa perdere l’attenzione dello spettatore rispetto al contenuto del pezzo – piuttosto importante – a favore della forma, senza dubbio divertente.
Stranissimo il finale, anche se di grande effetto: Camus immagina un Caligola pugnalato dai congiurati, mentre D’Elia lo fa avvelenare e il palco si tinge di macchie di vino rosso…
Tanto ancora ci sarebbe da dire su questa opera, ma immagino che chiunque sia interessato farà come me: in una fredda sera di dicembre prenderà degli amici fidati e andrà a sentire Caligola che, in punto di morte, urla: “Sono ancora vivo!”. Buio. Applausi.
Freak